
Cimabue, al secolo Cenni di Pepo (Firenze, 1240 circa – Pisa, 1302), è stato uno dei più grandi ed eccezionali pittori italiani del Duecento, ritenuto tradizionalmente il primo grande maestro della scuola fiorentina e la figura chiave di transizione tra la pittura bizantina e il primo Rinascimento.
Il ruolo storico: Dalla pittura bizantina all’umanità dei volti
Prima di Cimabue, la pittura italiana era fortemente dominata dallo stile bizantino (o maniera greca), caratterizzato da figure bidimensionali, pose rigide, sfondi dorati simbolici e volti inespressivi.
Cimabue non abbandonò completamente la tradizione bizantina, ma le infuse una nuova energia:
- Espressività e Pathos: Restituì ai volti dei personaggi sacri una forte carica drammatica, sofferenza e umanità.
- Volume e Chiaroscuro: Iniziò a usare le sfumature di colore per dare un senso di tridimensionalità ai corpi e ai panneggi degli abiti.
- Prospettiva Intuitiva: Nei toni e nelle architetture delle sue opere, tentò di dare profondità e spazialità.
Le Opere Principali
- Il Crocifisso di San Domenico ad Arezzo (1268-1271 circa): Una dei suoi primi capolavori, dove il corpo di Cristo è raffigurato in una sofferta arco di dolore (Christus patiens), distaccandosi dalla tradizione del Cristo trionfante sulla morte.
- Il Crocifisso di Santa Croce a Firenze (1280 circa): Considerato il suo assoluto capolavoro per la resa anatomica e il realismo del corpo martoriato, purtroppo gravemente danneggiato durante l’alluvione di Firenze del 1966.
- La Maestà di Santa Trinita (1290-1300 circa, Galleria degli Uffizi): Una grande pala d’altare raffigurante la Madonna col Bambino in trono, circondata da angeli e profeti. Il trono riccamente intagliato crea un effetto di profondità spaziale innovativo per l’epoca.
- Gli affreschi della Basilica Superiore di San Francesco ad Assisi: Cimabue decorò il transetto e il coro della basilica con storie dell’Apocalisse, della Vergine e dei santi, lasciando un’impronta drammatica e monumentale.
Il rapporto con Giotto e la menzione di Dante
Secondo la celebre tradizione storiografica tramandata da Giorgio Vasari, Cimabue scoprì il giovane Giotto mentre questi disegnava su una pietra una delle sue pecore al pascolo, e lo prese nella sua bottega come allievo. Giotto avrebbe poi superato il maestro, aprendo definitivamente le porte all’arte moderna.
Anche Dante Alighieri immortalò questa rivalità artistica nella Divina Commedia (Purgatorio, Canto XI):
“Credette Cimabue nella pittura
tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,
sì che la fama di colui è oscura.”
Nonostante la fama di Giotto abbia poi oscurato quella del suo maestro, la storiografia moderna riconosce a Cimabue il merito imprescindibile di aver spianato la strada alla grande pittura italiana.








